Shoto Nijukun - I venti precetti del M° Funakoshi
a cura di: Marco Forti


Con questo articolo desidero presentare l'analisi degli Shoto Nijukun, i venti principi guida del Maestro Gichin Funakoshi.
Questi venti precetti, espressi in forma compatta, come singole frasi ma con un contenuto profondamente filosofico, costituiscono un prezioso lascito del Maestro Funakoshi per guidare lo sviluppo dei suoi studenti fornendo ai principianti uno strumento per avvicinarsi agli aspetti spirituali e filosofici dell'arte e ai praticanti avanzati una preziosa risorsa per lo sviluppo personale.
I principi sono incentrati sull'aspetto mentale e sui requisiti spirituali più che sugli aspetti tecnici.
Il fine del Maestro Funakoshi è quello di spronare coloro che intendono proseguire nella Via del Karate-do ad approfondirne gli aspetti più significativi: l'onestà, la perseveranza, il coraggio e, soprattutto, l'umiltà da esprimere attraverso il rispetto e la cortesia.
Gli Shoto Nijukun non solo forniscono insieme incoraggiamento ed ammonimento ai praticanti ma estendono la propria validità verso un'applicazione universale.

Mi avvarrò in particolare dei commenti che Genwa Nakasone, allievo del Maestro Funakoshi, scrisse nel 1938 e che furono letti e approvati dallo stesso Gichin Funakoshi.
Le traduzioni italiane dei principi qui presentate sono quelle letteralmente più vicine all'originale giapponese.

Non dimenticare che il Karate-do inizia e termina con il Rei
Il Karate-do è un'arte marziale e come le altre arti marziali giapponesi deve iniziare e terminare con il rei.
Ma cosa si intende per rei?
Spesso viene definito come rispetto, in realtà significa molto di più. Il concetto di rei incorpora sia un atteggiamento di rispetto verso gli altri che un senso di umile autostima.
Chi onora se stesso e trasmette questa sensazione di stima - che diviene rispetto - nei confronti degli altri agisce quale espressione del rei.
Si dice che in assenza di rei regni la confusione e ancora che la differenza tra gli uomini e gli animali sta nel rei.
I metodi di combattimento che non contemplano il rei non sono arti marziali, sono solo disdicevoli sistemi di violenza. La forza fisica senza il rei è solo forza bruta, di nessun valore per l'essere umano.
Il vero rei è esteriorizzazione di un animo rispettoso.
Se non si pratica con una continua sensazione di riverenza e rispetto, l'arte marziale si riduce ad una semplice forma di violenza. Per questa ragione nella pratica delle arti marziali si deve mantenere il rei dall'inizio alla fine.

Non c'è primo attacco nel Karate
Una delle regole di condotta dei samurai afferma che la spada non deve mai essere sguainata incautamente.
Il bushido insegna che solo quando la situazione non può essere risolta in altro modo si è autorizzati ad estrarre la spada dal fodero.
Poiché nel Karate-do le mani e i piedi si considerano come spade, il secondo principio qui in esame deve essere considerato un'estensione di tale insegnamento.
Il famoso maestro di Karate, Yasutsune Itosu, uno degli insegnanti dello stesso Gichin Funakoshi, scrisse a tal proposito:
«... quando diventa necessario non ci si deve dispiacere di dover sacrificare la propria vita per il proprio signore o la propria famiglia, coraggiosamente per il bene comune. Ciononostante il Karate insegna che il vero significato di quanto esposto non si applica al combattimento uno contro uno.
Per tale motivo anche se si riceve una minaccia o una sfida si deve evitare di sferrare un colpo mortale.
Dovete sempre mantenere come principio essenziale la preoccupazione di evitare di creare danni ad altri con i vostri pugni o calci.»
Anche se ci si trova in una situazione di emergenza, è bene evitare di sferrare un attacco letale, un po' come se si colpisse con la parte interna di una spada anziché con la parte tagliente per permettere all'avversario di poter riconsiderare il suo atteggiamento.
È altrettanto importante non essere mai la causa di situazioni di emergenza.
D'altra parte, e qui sta il corretto spirito evidenziato dal secondo principio, qualora non sia possibile evitare lo scontro fisico, si devono esprimere al massimo le proprie capacità marziali senza preoccupazione per la propria vita. Questo è anche lo spirito del Budo.

Il Karate è dalla parte della giustizia
Giustizia è ciò che è giusto.
La realizzazione della giustizia richiede vera forza e abilità
Gli uomini conoscono l'apice della propria forza quando sanno di essere nel giusto.
Questa consapevolezza è ben espressa nel detto: «Quando so di essere nel giusto potrò procedere anche se avrò davanti mille o diecimila avversari.»
Evitare l'azione quando è in gioco la giustizia è una disdicevole dimostrazione di assenza di coraggio.
Il Karate-do è una nobile arte marziale e non deve mai essere usata ingiustamente o impropriamente.
I praticanti di Karate-do devono essere sempre dalla parte della giustizia ed in ogni situazione in cui non ci sia altra scelta devono fare in modo che la loro potenza trovi espressione attraverso l'uso delle loro mani e dei loro piedi come armi.

Prima conosci te stesso, poi gli altri
Sun Tzu, nella famosa opera cinese «L'arte della Guerra», parlando della strategia offensiva in battaglia afferma: «Quando si conosce se stessi ed il proprio nemico, anche in cento battaglie non si è mai in pericolo. Quando non si conosce il proprio nemico ma si conosce se stessi, le possibilità di vittoria e di sconfitta si equivalgono. Se non si conosce né il proprio nemico né se stessi, ogni battaglia costituisce un grave pericolo.»
Il praticante di Karate-do deve divenire consapevole dei propri punti di forza e di debolezza, senza mai farsi accecare dalla concitazione o dall'eccessiva sicurezza di sé.
Deve poi accertare con calma e attenzione i punti di forza e di debolezza del proprio avversario per poter impostare una corretta strategia di azione.

Lo spirito prima della tecnica
Lo studio delle tecniche è importante, ma senza il giusto spirito anche la tecnica migliore non può salvaguardare il praticante da situazioni in cui la propria vita viene posta in serio pericolo.
Per tale motivo è importante coltivare il giusto spirito e fare in modo che questo accompagni sempre l'evoluzione tecnica.

Sii sempre pronto ad aprire la tua mente
Un filosofo cinese dell'undicesimo secolo, Shao Yung, scrisse: «È necessario perdere la mente per poterla liberare».
Per comprendere meglio questo principio seguiamone l'interpretazione offerta dal Maestro Zen Takuan nella sua opera "La saggezza inamovibile" dove utilizza i principi dello Zen per spiegare i principi dell'Arte della spada al Maestro di spada Yagyu Munenori:

C'è una frase che afferma "cercare la mente dispersa" ma anche un detto, "è essenziale perdere (liberare) la mente".
Il filosofo confuciano Meng Tzu (Mencio) parla della ricerca della mente "persa", della ricerca della mente smarrita per riportarla al sé.
Meng Tzu osserva che nel caso perdessimo un cane, un gatto o un pollo, ci daremmo molto da fare per cercarli e riportarli a casa. Ritiene pertanto oltraggioso non prodigarsi in nessuno sforzo per riportare al sé la mente, che è la guida del corpo, quando questa si "perde".
Al contrario Shao Yung afferma che la mente deve perdersi! Shao Yung scrive: «se si lega la mente come un gatto a una corda, perderà la sua libertà di movimento. Bisogna usare bene la propria mente, lasciarla libera di vagare dove vuole ma senza che essa subisca un attaccamento alle cose o ne venga intrappolata."
I principianti spesso esercitano un controllo eccessivo su sé stessi. Non si fidano dell'idea di lasciare libera la mente.
Ma alla mente deve essere permesso di muoversi liberamente, anche se indugia in recessi fangosi. Il fiore di loto non viene sporcato dalla melma in cui cresce. Nello stesso modo una lucida sfera di cristallo lasciata nel fango è impermeabile alla macchia.
Mantenere la mente entro stretti confini può essere una necessità per il principiante ma comportarsi in questo modo per tutta la vita non ci consente di raggiungere alti livelli e di sfruttare il nostro vero potenziale.
In conclusione quando ci alleniamo, è meglio seguire gli insegnamenti di Meng Tzu nelle prime fasi e solo in seguito permetteremo alla mente la libertà di movimento seguendo la via indicata da Shao Yung.
Le calamità derivano dalla negligenza
    Questo ammonimento può essere applicato a molti aspetti della vita. Il novantanove per cento degli incidenti stradali sono riconducibili a negligenza.
Al lavoro un po' di sonnolenza può compromettere importanti ricerche provocando risultati inattendibili o addirittura l'incapacità di produrre risultati.
Lo stesso vale in guerra, sia in uno scontro tra diverse armate che nel caso di combattimento individuale. Una preparazione negligente porta al disastro.
Per evitare che i nostri sforzi vengano vanificati dobbiamo esaminare costantemente le nostre azioni ed essere cauti sul metodo, mantenendo sempre viva la consapevolezza che "le calamità derivano dalla negligenza".

Il Karate si vive anche fuori dal dojo
Il vero scopo del Karate do è migliorare e nutrire la mente e il corpo. Coltivare il proprio spirito e la propria attitudine mentale inizia con la pratica nel dojo (luogo di allenamento) e non deve terminare con la fine degli esercizi fisici e mentali. In realtà deve continuare fuori dal dojo, nel corso della nostre attività quotidiane.
Al contrario, gli effetti del mangiare e bere in eccesso e delle altre abitudini nocive alla salute che si seguono fuori dal dojo, si ripercuotono inevitabilmente sulla nostra pratica affaticando corpo e mente e rendendo impossibile il raggiungimento dell'obiettivo prefissato.
Sia all'interno che all'esterno del dojo, i praticanti di Karate do devono sempre ambire allo sviluppo e all'allenamento del corpo e della mente.

Il Karate dura tutta la vita
Non c'è punto di arrivo a marcare il termine dell'allenamento nel Karate, c'è sempre un livello successivo. Per questa ragione i praticanti dovrebbero continuare l'allenamento per tutta la vita.
La vera Via dell'allenamento è una strada senza fine. Aver studiato tutti i kata e le tecniche di parata non costituisce vero allenamento senza il continuo sforzo per migliorarle.
Un brano del famoso Hagakure sottolinea quanto affermato:
«In un racconto su un anziano maestro di spada si parla degli stadi dell'allenamento di una vita.
Al livello più basso, sebbene ci si alleni, non ci sono risultati positivi e si tende a non stimare sé stessi né gli altri. In questa fase non si è di aiuto a nessuno.
Nello stadio intermedio, sebbene non si sia ancora di aiuto, ci si rende conto delle proprie imperfezioni e si riconoscono gli errori degli altri.
Nello stadio elevato si ha consapevolezza delle proprie capacità e ci si sente orgogliosi quando si raggiungono i risultati prefissati, si elogiano gli altri quando riescono e ci si sente dispiaciuti quando sbagliano. Si ha un'alta stima per gli altri. Per la maggior parte delle persone questo rappresenta il livello finale.
Ma se si prosegue verso il livello successivo, molto più elevato, si incontra una Via superiore. Se si decide di seguire questa Via ci si rende finalmente conto che non c'è fine. Tutte le considerazioni sull'essere arrivati molto avanti svaniscono e appaiono ai nostri occhi tutte le nostre imperfezioni. Si vive senza brama per i successi terreni né si sente la necessità di apparire umili.
Yagyu disse che non conosceva il modo per sconfiggere gli altri ma conosceva il modo per vincere se stesso - consiste nel cercare oggi di essere migliore di ieri e domani ancora migliore di oggi - lavorando in questo modo ogni giorno, per tutta la vita.»
Seguire questa strada senza fine, cercando ogni giorno di essere migliore del precedente, per tutta la vita, è la vera rappresentazione della Via del Karate.

Applica lo spirito del Karate a tutte le azioni
Un colpo di pugno o un calcio, dato o preso, può significare la vita o la morte. Questo concetto forma lo spirito del Karate do.
Se tutti gli aspetti della vita vengono approcciati con questo spirito di serietà, tutte le sfide possono essere vinte e tutti i momenti duri possono essere superati.
Quando i praticanti affrontano la durezza che la vita può riservare loro con il giusto atteggiamento, scopriranno come risolvere i problemi attingendo alle proprie capacità.
Arriveranno alla consapevolezza del meraviglioso potere che nasce dal continuo sforzo per migliorare la mente e il corpo attraverso la Via del Karate e apprezzeranno la bellezza di questo cammino.

Il Karate viene tenuto vivo col fuoco dell'anima
Studiare attraverso la pratica è come spingere un carro su una collina,
se rallenti, il carro scivolerà indietro.

proverbio giaponese

In tutti gli studi la concentrazione continua e la diligenza sono gli strumenti che conducono al successo.
Non ha senso iniziare lo studio del Karate-do con lo spirito di chi si ferma spesso sul ciglio di una strada per riposarsi mentre percorre la via del ritorno.
Una pratica saltuaria non è sufficiente.
Così come l'acqua calda ha bisogno di calore costante per non raffreddarsi, solo l'allenamento continuo consentirà di assaporare, nella mente e nel corpo, i frutti della Via.

Non pensare di dover vincere, pensa piuttosto di non dover perdere
Uno degli ultimi insegnamenti dello Shogun Ieyasu Tokugawa recita: «sapendo solo come vincere senza sapere come perdere porta all'autodistruzione».
L'attitudine mentale che prende in esame la sola possibilità di vittoria provoca un eccessivo ottimismo e causa impazienza e insofferenza. I praticanti che pensano solo di poter vincere perdono il loro senso di umiltà ed iniziano a ignorare o sottovalutare gli altri; un comportamento che può creare molte inimicizie.
La miglior attitudine consiste nel basarsi sulla consapevolezza delle proprie capacità e sulla ferma risoluzione di non perdere indipendentemente dall'avversario da fronteggiare, sempre mantenendo un atteggiamento rispettoso e cercando di evitare inutili "frizioni" con gli altri.
Seguite il detto: «Quando un artista marziale è arrabbiato anche le bestie feroci si allontanano impaurite ma quando sorride anche i bimbi più piccoli corrono da lui». Un samurai codardo appare duro all'esterno ma è debole all'interno; il samurai coraggioso è gentile all'esterno e forte all'interno.
Il Karate-do è l'Arte Marziale dei gentiluomini. Il praticante deve tendere ad apparire gentile all'esterno ma forte e vigoroso al suo interno.

Focalizzare la propria attenzione sul concetto del "non perdere" ha punti in comune con il seguente passo scritto da Sun Tzu (da: L'Arte della Guerra):
Una strategia del comando non deve dipendere dall'attacco degli avversari ma piuttosto dalla capacità di saperlo attendere e fronteggiare quando si verificherà. Non deve dipendere quindi dal fatto che il nemico non attacchi ma dal non essere vulnerabili al suo eventuale attacco.
Un ammonimento, quello di essere sempre preparati, ampiamente applicabile ad ogni aspetto della vita quotidiana.

Apporta cambiamenti secondo quello che fa il tuo avversario
Esistono molti detti che sottolineano l'importanza della capacità di adattamento: "adatta il discorso alle capacità di comprensione di chi ti ascolta" e ancora "quando viaggi, adeguati agli usi del luogo che visiti".
Questo principio è strettamente correlato col successivo, entambi si riferiscono all'aspetto mentale del confronto. Per tale motivo esaminiamo il significato del tredicesimo principio unitamente a quello del quattordicesimo:

Il risultato di una battaglia dipende da come si gestisce il vuoto e il pieno
La forma di un esercito deve imitare l'acqua. L'acqua lascia l'alto e scorre verso il basso; i soldati devono evitare di fronteggiare la forza degli avversari attaccando i punti deboli dell'esercito nemico.
L'acqua regola il proprio flusso adattandolo alla forma del terreno; un esercito raggiunge la vittoria quando è in grado di rispondere adeguatamente alle azioni del nemico.

Così possiamo affermare che non c'è un comportamento standard nelle operazioni militari, così come non esiste una forma predefinita per l'acqua.
Chi riesce a vincere adattandosi con abilità alla forza e alla debolezza del nemico è uno stratega di alto livello.

Sun Tzu
(L'Arte della Guerra)

Nel guidare un'armata è di fondamentale importanza essere fluidi come l'acqua; flessibili piuttosto che rigidi. Gli eserciti devono muoversi con abilità adattandosi alle situazioni create dai nemici.
Naturalmente questi concetti, espressi da Sun Tzu in relazione alle strategie militari, possono essere applicate agli aspetti tecnici del combattimento individuale del Karate-do come ai confronti e alle sfide che ogni giorno ci troviamo ad affrontare.

Pensa alle mani e ai piedi del tuo avversario come fossero spade
Poiché le mani e i piedi di un esperto praticante di Karate-do possono rappresentare la stessa pericolosità di una spada, questo principio va interpretato in senso letterale.
Se approfondiamo l'esame ci rendiamo conto però che anche le mani e i piedi di un non-praticante possono ugualmente rappresentare una minaccia. Quando la sopravvivenza è in gioco, anche una persona non allenata nelle arti marziali diventa capace di una forza senza pari.
Quando una persona senza conoscenze di arti marziali combatte con tutto il suo cuore e la sua anima per salvare la propria vita, un praticante alle prime armi non ha possibilità di resistergli. Un antico detto recita: «Un topo costretto in un angolo morde anche un gatto».
Per prima cosa è importante non farsi prendere da un eccesso di fiducia nelle proprie capacità e dall'arroganza a causa delle proprie abilità e della propria forza. Trovandosi di fronte ad un avversario, sia o no praticante di arti marziali, è importante non sottovalutarne le potenzialità ma mantenere la calma e agire con rispetto e con la massima determinazione e decisione nel proposito di difendere se stessi.

Quando esci dal tuo cancello affronti un milione di nemici
Questo principio è riportato anche in un antico proverbio: "Quando un uomo oltrepassa la soglia della propria abitazione ha di fronte sette nemici".
Naturalmente i numeri "sette" e "un milione" non devono essere intesi in senso letterale ma come indicazione generica del termine "numerosi".
La negligenza è un grande nemico quando lasciamo la sicurezza della nostra casa. Se non siamo nel massimo della forma sia fisica che mentale, saremo vulnerabili ad attacchi ed attrarremo problemi.
Il racconto che segue, narrato dal Maestro di Karate Kenwa Mabuni (fondatore dello stile Shito Ryu - ndt), illustra il sedicesimo principio:

«Il Maestro Yasutsune Itosu, un esperto di Karate che visse pienamente fino all'età di 85 anni, aveva l'abitudine di fermarsi ed inchinarsi di fronte all'altare shintoista ogni volta che stava per uscire di casa.

Un giorno, superando la mia reticenza, gli chiesi quale richiesta inviava agli dei quando pregava.
Mi rispose che quando un uomo anziano come lui usciva di casa era solo grazie all'intercessione degli dei se non veniva colpito dal calcio di un cavallo o investito da un carro e poteva tornare a casa sano e salvo. Proprio la richiesta di essere protetto, di poter portare a termine i propri compiti e di poter tornare a casa sano e salvo erano quindi l'oggetto della sua preghiera quotidiana.

Allora ero ancora nel pieno del vigore giovanile e pensai che fosse una cosa stupida vista la grande abilità del Maestro Itosu come artista marziale. Solo ora ripensando a quelle parole mi rendo conto di quanto fossero profonde e sagge».

Mantieni la posizione di guardia
Tutte le arti marziali hanno delle posizioni di guardia.
Il Karate ha numerose posizioni di guardia che sono specifiche e uniche in quanto ad efficacia ed efficienza.
Queste forme di kamae si sono evolute grazie alle ricerche e alle esperienze di maestri di Karate del passato e sono state tramandate dai maestri agli allievi. Quando si decide di iniziare lo studio del Karate è importante approfondire tutte le forme di kamae.

All'inizio della pratica è fondamentale esercitarsi nelle differenti forme di kamae senza però restarne imprigionati, mantenendo quindi la capacità di muoversi liberamente.
In seguito si può utilizzare la posizione naturale e questo trova un collegamento con il vecchio principio secondo il quale «nel karate non c'è posizione di guardia».
Poiché sappiamo che nel Karate ci sono posizioni di guardia, l'affermazione di cui sopra appare contraddittoria.
L'apparente paradosso può essere chiarito leggendo la seguente affermazione:"Nel karate non ci sono posizioni di guardia, esse sono nella mente di ciascun praticante".

Questo concetto è stato più volte ribadito:
"Non essere eccessivamente preoccupato dal pensiero dell'effettiva correttezza della tua posizione di guardia".

"Non importa quanto possa apparire impenetrabile la tua posizione di guardia se la tua mente è annebbiata".

"Non importa quanto possa essere apparentemente vulnerabile la posizione di guardia del tuo avversario. Se la tua mente è pronta devi agire sempre con la massima cautela."
È altresì un errore farsi catturare dalla posizione di guardia nella nostra mente, come recita un vecchio poema:

È la stessa mente
Che porta la mente alla deriva
Della mente,
Non essere inconsapevole.

In altre parole dobbiamo sempre stare in guardia da noi stessi. Se ad esempio focalizziamo troppo la nostra attenzione sul kamae mentale e tralasciamo la parte fisica, diventiamo vulnerabili.
Quanto sopra esposto ci porta a capire che anche l'affermazione "nel karate non ci sono posizioni di guardia, esse sono nella mente di ciascun praticante" rappresenta solo una fase intermedia nella via della comprensione.
La fase successiva ci porta ad affermare che "nel karate non ci sono posizioni di guardia, nella mente di ciascun praticante non ci sono posizioni di guardia".
Quando il praticante riuscirà a comprendere il significato di quest'ultima affermazione, non avrà più la necessità di prepararsi mentalmente poiché sarà giunto al livello in cui gli sarà possibile reagire automaticamente all'azione del proprio avversario.

Ma come si può raggiungere questo stato di non guardia?
La risposta sta nella capacità di coltivare una mente imperturbabile, libera da ogni agitazione.
Come uno specchio lucido riflette fedelmente l'immagine della luna in cielo o del volo di un uccello, la mente calma permette di giudicare correttamente ogni situazione.
Paradossalmente la posizione naturale (shizentai) è una non guardia che implica infinite guardie.

Il diciassettesimo principio sottolinea la profondità degli illimitati metodi di allenamento che il praticante di Karate può perseguire.

Esegui il kata con precisione stilistica, l'applicazione pratica è un altro aspetto
Il Kata è stato il centro dell'allenamento del Karate-do fin dai tempi antichi. Poiché tutte le tecniche ed i metodi di allenamento sono stati codificati nei Kata e visto che gli esperti ed i maestri che ci hanno preceduto hanno preservato con cura i kata, gli stessi devono essere praticati ed eseguiti nella stessa forma in cui vengono insegnati.

Usando le parole del maestro Yasutsune Itosu:
«Mantieni il Kata tale e quale senza abbellimenti».

Il combattimento reale non deve però trovare impedimenti o costrizioni nel ritualismo dei kata. Al contrario, il praticante deve riuscire a trascendere il kata, muovendosi liberamente ed accordando le proprie azioni alla forza o alla cedevolezza dell'avversario.

Non dimenticare l'utilizzo o il rilascio della forza, l'estensione e la contrazione del corpo, le differenze di velocità nell'applicazione della tecnica
Deve essere chiaro che queste combinazioni si applicano in egual misura sia ai kata che al combattimento reale.
Non ha senso praticare i kata senza considerare la diversa applicazione della forza, la possibilità di contrarre o espandere il corpo, o il ricorso a ritmi differenti nell'esecuzione delle tecniche.
La speranza è che attraverso la pratica dei kata e del kumite il praticante possa comprendere pienamente il significato di questo principio.

L'utilizzo e il controllo della forza, l'estensione e la contrazione del corpo, l'esecuzione veloce o rallentata delle tecniche sono tutti elementi critici nel combattimento reale e devono essere compresi pienamente per evitare sconfitte.

Sii costantemente consapevole, diligente e pieno di risorse
Questo principio racchiude il significato di tutti i principi precedenti.
Sia da un punto di vista spirituale che da quello tecnico il praticante deve "essere costantemente consapevole, diligente e pieno di risorse".

Il leggendario maestro di spada Miyamoto Musashi illustra così questo principio:
Affrontai il mio primo combattimento tanti anni or sono, alla giovane età di tredici anni. A vent'anni mi recai nella capitale e nonostante mi trovassi a combattere con i migliori artisti marziali non persi mai nessun combattimento.
In seguito viaggiai di luogo in luogo cercando i migliori artisti marziali delle diverse scuole. Affrontai oltre sessanta duelli senza mai perdere.
Arrivato all'età di trent'anni mi resi conto che avevo sempre vinto non perché fossi un artista marziale superiore ma probabilmente grazie ad una sorta di talento naturale o perché non deviai mai dai principi naturali. Oppure forse perché i miei avversari non erano adeguati.
Da quel momento praticai con ancora più enfasi, giorno e notte, cercando di afferrare ancor più profondamente il principio della Via.
All'età di cinquant'anni realizzai naturalmente la Via delle Arti Marziali.
Anche per un genio delle Arti Marziali come Musashi, che praticò ardentemente giorno e notte senza riposo, la prima vera realizzazione della Via arriva intorno all'età di cinquant'anni.

Il fondatore dello stile di spada Muto-ryu, Yamaoka Tesshu, aveva quarantacinque anni quando per la prima volta afferma: "solo ora ho raggiunto una meravigliosa conoscenza".
Questo avviene dopo trentasette anni di allenamento con la spada e dopo ventitre anni attraverso i quali era stato allievo diretto del famoso maestro Asari Matashichiro. Solo dopo aver continuato la sua pratica per decenni con spirito coraggioso e indomito - spirito che gli valse il soprannome di "Demone d'acciaio" - e solo dopo aver perseguito con estrema serietà il raggiungimento del suo scopo, penetrò il vero segreto della Via per la prima volta.

Questi esempi enfatizzano quanto sia presuntuoso pensare di poter diventare un vero maestro di arti marziali dopo appena cinque o dieci anni di pratica. Questi atteggiamenti confondono i praticanti e avvelenano la Via. Per questo motivo il ventesimo principio ricorda a ciascuno di noi l'importanza di "essere costantemente consapevole, diligente e pieno di risorse".

La presunzione e la pigrizia sono catene che impediscono il progresso nella Via.
I praticanti di Karate devono costantemente esaminare e rimproverare se stessi, non dimenticare mai di essere consapevoli e diligenti, per poter un giorno penetrare il più profondo significato del Karate-do. Questo deve essere il corretto atteggiamento per chi persegue seriamente la Via.